lunedì 15 gennaio 2018

«Senza sinistra»: il Partito Umanista, le elezioni e la lista Potere al Popolo

Il titolo è ovviamente provocatorio e chi scrive non vuole procedere con lo scandagliare i temi che possono essere considerati come configgenti o “divisivi” nell’ambito della dialettica e del confronto politico. «Senza sinistra» è una provocazione che rientra nell’affermazione «alle politiche non ci sarà una lista di sinistra», che pure in realtà c’è. 
Procediamo per gradi.
Dire «senza sinistra» è affermare come, ancora una volta, in una precisa area politica, si sia guardato alla circostanzialità del momento elettorale senza delineare una proposta di lungo periodo: così facendo le forze vengono sempre meno anziché confluire all’interno di un progetto comune, vengono messe a servizio di un obiettivo molto difficile e a cui molto probabilmente non farà seguito un risultato. 
Per dirla con le parole di Olivier Turquet, coordinatore italiano di «Pressenza», in un editoriale dedicato alle elezioni del 2014: «A queste elezioni non si presenta una sigla che sogno da tempo: la Sinistra Umanista Nonviolenta; la sigla suona bene SUN che fa pensare al sole in inglese. Perché non servono molte parole (recita il Documento Umanista) per definire le destre come strumenti dell’antiumanesimo; per cui possiamo essere critici con quel che ha fatto la sinistra storica ma siamo comunque di sinistra e ci interroghiamo sugli errori storici della sinistra che sono, a mio avviso, sostanzialmente due: non essere stata chiaramente umanista e nonviolenta. La preoccupazione per l’Essere Umano rispetto alle infinite dittature della razza, della nazionalità, del genere, della preferenza sessuale, della condizione economica, del suo pensiero ecc e la metodologia di cambiamento basata sulla nonviolenza attiva sono i due elementi centrali che hanno messo in crisi l’azione politica della sinistra e che vediamo ancora ben presenti, per esempio, nei settarismi che ne hanno portato alla polverizzazione». 
Sforzarsi di trovare punti di convergenza fra associazioni, partiti e reti sociali non è facile, è un lavoro (e un lavorìo) che va fatto attentamente e senza infingimenti di sorta, né tantomeno con interessi personali o di parte che possano minare il progetto stesso. 
L’esempio del Cile e del Fronte Ampio (Frente Amplio) è un esempio a cui tendere ma anche a cui lavorare nel corso degli anni: l’imminenza elettorale appiattisce e distoglie, storce e ottunde il dibattito e l’incontro delle culture che vogliono convergere per un comune fine.
I punti che legano il Partito Umanista a Potere al Popolo, almeno per quel che riguarda il breve periodo, sono anche più d’uno e possono superare in gran numero le divergenze, tuttavia è sulla strategia del lungo periodo che le differenze si acuiscono e le questioni non sono proprio secondarie: una per tutte è la posizione riguardo l’UE (e i temi che essa porta con sé).



UE sì/UE no
Il problema va affrontato seriamente e non rappresenta una questione inutile o di second’ordine: è il problema dei problemi, dibattito che si dovrebbe accendere e sintesi che si dovrebbe trarre. All’interno di Potere al Popolo (abbreviata maledettamente PaP, PotPop e via dicendo) la questione UE non è trattata con l’attenzione che merita, anzi. Recentemente si incontreranno al Parlamento Europeo la Candidata Presidente del Consiglio dei Ministri di Potere al Popolo e l’europarlamentare di Rifondazione, Eleonora Forenza, col fine di presentare il progetto elettorale al GUE (gruppo parlamentare della sinistra radicale). Uno dei temi forti dell’iniziativa è il riferimento alle esperienze della France Insoumise e Izquierda Unida/Podemos, con riferimento al progetto della Sinistra Europea. 
La confusione è evidente e mettere insieme progetti chiaramente “euro-critici” come la France Insoumise assieme alla Sinistra Europea e al GUE, chiaramente pro-UE e convinti della sua riformabilità dall’interno, è sbagliare ideologicamente.
In una fase come quella attuale, in cui si fa di tutto per bollare come “ideologico” qualsiasi dibattito e affibbiare un carattere negativo a questo termine, è bene riprendere e valorizzare il termine ideologia: altro non è che la propria visione del mondo e tutto quel che ne consegue. 
In una recente intervista rilasciata all’agenzia internazionale «Pressenza», il segretario nazionale Tony Manigrasso ha dichiarato come il PU sia «contro questa Unione Europea a base neoliberista e crediamo che nella gabbia in cui ci ritroviamo sia praticamente impossibile, per via dei vincoli attuali, cambiare l’Unione Europea dall’interno; se davvero il M5S proponesse un referendum impositivo sull’ItalExit, cosa che tra l’altro dubito che lo faccia veramente, non possiamo che essere favorevoli a votare per il SI all’ItalExit». 
Contrapporre «l’Europa dei popoli», ideale e utopica nella fase attuale, all’Europa del Capitale finanziario è una necessità sempre più impellente da analizzare e da comprendere a 360°: dirsi a favore dell’Europa dei popoli significa porsi contro i trattati, la dittatura del Capitale, la presenza e l’ingerenza della NATO, l’autodeterminazione dei popoli che sia reale (e non fittizia e strumentale per pagare qualche tassa in meno come accade in Lombardia o in Veneto).
È chiaro, dunque, che l’ambiguità sull’UE non può essere accantonata perché “ci sono affari più importanti da sbrigare”, come la presentazione della lista. 
Il “lungo periodo” è l’unico elemento che possa coadiuvare la formazione di una vera organicità, di una vera concentrazione a sinistra - che sia anticapitalista e non semplicemente antiliberista - che possa porsi l’obiettivo di una unione, pur nelle divergenze dei diversi attori che la andranno a comporre, con un unico obiettivo: essere forza reale. Una forza reale che sappia con certezza di essere minoranza ma non minoritaria: trattare i temi dell’anticapitalismo, della critica all’UE (senza agitare scalpi o slogan vuoti), del pacifismo e dell’antimperialismo portano con sé la consapevolezza d’essere minoranza all’interno del panorama politico italiano.
Il minoritarismo, infatti, è altra cosa: è la presa d’atto di voler parlare ad una piccola cerchia di persone, o anche settarismo come scriveva quattro anni fa Olivier Turquet. La minoranza, attraverso un lavoro (torniamo al precedente punto, evidentemente) duraturo nel corso degli anni, può mutare il suo essere: diventare “maggioranza” o, nel “peggiore dei casi”, ingrossare le sue fila e creare massa critica, coscienza civica e formare uomini e donne, ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini in persone che avranno acquisito gli elementi necessari per la sopravvivenza in un sistema antiumano come quello in cui viviamo.

Il compito del PU
Prendere coscienza della minoranza e non del minoritarismo è un passo necessario per il PU in Italia, tuttavia questo non significa mero “settarismo” a cui si deve rispondere con maggiore chiusura. Molti movimenti, rappresentati in Italia da sezioni organizzate in partiti e associazioni, si trovano di fronte allo stesso dilemma del PU: dare indicazione di voto, o non dare indicazione di voto; appoggiare o no questa o quella lista che si sta presentando alle elezioni politiche del 4 marzo?
Il compito del PU, in questa fase di transizione, è cercare di essere il trait d’union fra le associazioni, le reti sociali e i partiti che non ce la faranno ad essere presenti né sulla scheda elettorale nazionale, né su quella per le elezioni Regionali. 
Un’unione di minoranze? No, piuttosto un dialogo fra pari: fra Partito Pirata, i “delusi del Brancaccio”, ATTAC Italia, Sbilanciamoci e tutta una pletora di elettori che non avrà più rappresentanza il giorno dopo aver votato e il giorno prima in cui s’è deciso per l’appoggio ad una lista come ultima spiaggia. Il PU può “essere partito” contro un “avere partito” generico e inconsistente: essere partito significa assumersi il compito di essere il collante necessario, come detto prima, e iniziare un percorso adesso per le prossime elezioni: non quelle del 4 marzo, ma per le prossime amministrative e le prossime elezioni nazionali. Porre la questione del 99% contro l’1%: passata di moda per qualche media nazionale ma non per gli umanisti, gli anticapitalisti, i pacifisti, per la sinistra e iniziare un percorso di condivisione e collaborazione arrivando - perché no? - alla formazione di un “governo ombra sociale”.

È uno gnommero di concause, come diceva Gadda: un gomitolo intricato fino all’inverosimile, ma necessario da sbrogliare.



domenica 19 novembre 2017

Raggi in continuità con la "vecchia politica"

Cercare di risolvere l’emergenza abitativa di Roma con delle strutture prefabbricate che andrebbero dislocate in zone periferiche della città è più che una scelta scellerata: è ignobile. La motivazione, anch’essa, è inconcepibile. La città di Roma possiede più di 250.000 alloggi sfitti i quali non sono di proprietà di privati, del vicino di pianerottolo che si è comprato la seconda casa per i figli o per un investimento proprio: si tratta di alloggi della grande proprietà, dei palazzinari
Costruttori, immobiliaristi (palazzinari, per l’appunto) che mantengono le case sfitte per giocare ad alzare e abbassare i valori del mercato immobiliare, determinando il prezzo degli affitti o della vendita di questa o quella zona di Roma. Ebbene la Raggi si pone in continuità con le politiche degli ultimi 30 anni, rincarando la dose, proponendo dei fabbricati come soluzione “temporanea”. 
La situazione avrebbe del grottesco se non fosse reale, come purtroppo è. Ma tant’è: l’ultima politica abitativa riguardo alloggi di edilizia popolare della città di Roma risale a Petroselli. 
Di tempo ne è ben passato, e gli effetti li vediamo ogni giorno. 
Il PU denuncia la situazione proponendo di censire quelle case sfitte e di requisirle ai grandi gruppi che speculano su di esse: troppo è stato dato ai palazzinari, niente alle persone.

mercoledì 16 luglio 2014

VITALIZI AGLI EX-CONSIGLIERI DELLA REGIONE LAZIO: TUTTO RIMANE UGUALE



Ancora una volta non ce l’hanno fatta. La maggioranza dei consiglieri della regione Lazio non ce l’ha fatta a rinunciare ai vitalizi così come sono previsti, cioè a un assegno a vita al compimento dei 50 anni di età.
Non è bastato lo scandalo che ha coinvolto la giunta precedente e che ha costretto alle dimissioni Renata Polverini.
Non basta nemmeno la consapevolezza del fatto che ormai in Italia si contano 6 milioni di poveri, con un aumento del loro numero del 25% nel giro di un solo anno.
Che cosa deve succedere ancora per convincere politici ed ex-politici che certi privilegi non sono più giustificati? Probabilmente sono talmente dipendenti dal tenore di vita che sono riusciti a conquistare approdando al mondo della politica che ormai solo un serio programma di disintossicazione potrebbe riportare queste persone a quel minimo livello di lucidità che permetterebbe loro di rendersi finalmente conto della realtà che li circonda.
Solo per la regione Lazio si contano ben 267 ex-consiglieri che riceverebbero, raggiunta la “ragguardevole” età di 50 anni, una pensione talmente pesante da costare alle casse della regione, e quindi di tutti i cittadini laziali, ben 20 milioni di euro all’anno. In media quasi 75mila euro all’anno per ogni ex-consigliere, più di 6mila euro al mese, mentre milioni di “veri” pensionati devono aspettare, dopo una vita di lavoro, un’età ben maggiore per ricevere pensioni a dir poco ridicole.
Se solo si pensa che a fronte di tanti “comuni cittadini” che devono lavorare quarant’anni e più per andare in pensione ci sono alcune centinaia di privilegiati a cui basta aver scaldato un seggio al consiglio regionale per ricevere pensioni che al confronto possiamo ben definire “d’oro”, l’indignazione è inevitabile.  
La proposta a questo punto può essere solo una: non possono più decidere gli stessi consiglieri sul loro trattamento economico. Non sono in grado di prendere le giuste distanze dai propri interessi a favore del bene comune, così come dovrebbe essere normale per chi si occupa di politica.
A questo punto solo i cittadini, direttamente, hanno il diritto di decidere sui compensi e sugli eventuali vitalizi che dovrebbero ricevere coloro che gli stessi cittadini hanno eletto a loro rappresentanti. Da questo punto di vista tutti gli elettori sono, per coloro che dovrebbero rappresentarli, i legittimi datori di lavoro.

Oltre a guadagnarne le casse delle pubbliche istituzioni, ne guadagnerebbe anche la nostra democrazia. Perché non c’è democrazia se non c’è giustizia sociale e non c’è giustizia sociale se non c’è una reale democrazia. 

martedì 22 aprile 2014

IL FUTURO NON È A NUMERO CHIUSO




Il Partito Umanista solidarizza con le organizzazioni studentesche che a Roma stanno protestando contro il numero chiuso all’Università.

È dagli anni ’80 che gradualmente è in atto l’attacco al libero accesso allo studio nelle università, in piena contraddizione con l’articolo 34 della Costituzione italiana, secondo cui tutti “i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Se, secondo logiche che nel corso degli anni si sono rivelate totalmente assurde, si fissa in anticipo il numero delle persone che può accedere agli studi universitari, ciò ha come risultato solo l’esclusione di migliaia di giovani che nel corso degli studi potrebbero rivelarsi “capaci e meritevoli” di laurearsi in ciò che desiderano.

Inoltre, in piena continuità con i governi precedenti, anche quello attuale, nuovo solo a parole, fa scendere la scure dei tagli sull’istruzione, tagliando il fondo di finanziamento ordinario per l’università.

Non ci sono vie diverse: se si vuole rispettare il libero accesso all’istruzione fino ai più alti gradi di studi, il numero chiuso va abolito e subito. Perché il futuro non aspetta.

 

Roma, 22 aprile 2014    

 

Partito Umanista Roma

venerdì 7 marzo 2014

UN UOMO SI É SUICIDATO AD ALATRI. UN ESSERE UMANO. IL SILENZIO DELLA POLITICA.

Un uomo di 42 anni, restauratore di mobili, si è tolto la vita ad Alatri, nel Frusinate, suicidandosi in un casolare di famiglia. L'uomo era sposato e aveva una figlia di 16 anni.
Era in difficoltà col suo lavoro, ma non sappiamo, e forse non lo sapremo mai, se si è impiccato per questo motivo, oppure per altre ragioni.
Certo è che in questi anni di crisi economica i suicidi che, almeno apparentemente, sembrano motivati dalle difficoltà conseguenti a tale crisi si sono moltiplicati.
Nonostante ciò, la politica sembra disinteressarsene. Come se fosse un argomento tabù, forse perché troppo scomodo o compromettente.
Noi, invece, vogliamo parlarne. Anzi in quanto umanisti, siccome il punto di partenza delle nostre idee non è dato da affermazioni generali, ma dall’esame della specificità della vita umana, dell’esistenza, del vissuto personale, crediamo che la politica non dovrebbe rifiutarsi di affrontare temi come questo.


Risulta infatti evidente che una persona che decide di porre fine alla propria vita si trova, per ragioni economiche o sociali o semplicemente personali, in una situazione limite.
Quante sono le persone che lottano per sopravvivere e non sanno se domani potranno sconfiggere la fame, le malattie, l’emarginazione, la sofferenza? Molti, troppi milioni di esseri umani.
Dobbiamo dirlo: nessuno di noi ha scelto la situazione in cui è nato. Una situazione situata in un determinato momento storico e fatta di uno specifico ambiente naturale e sociale. Tutte cose che nessuno ha scelto quando è nato.
Ma dobbiamo dire anche questo: che da un certo momento della nostra vita in poi abbiamo cominciato a scegliere. Prima di tutto abbiamo cominciato a poter disporre anche della libertà di suicidarci oppure di continuare a vivere e di pensare alle condizioni in cui vorremmo continuare a vivere.
Anzi, possiamo senz’altro dire che la libertà di scelta diventa realtà proprio nel momento in cui ci interroghiamo in tal senso: voglio vivere? Se sì, in quali condizioni vorrei farlo?
Ecco che allora compare l’aspetto politico. Perché nel momento in cui scelgo di vivere devo anche scegliere in che condizioni. Certo, posso anche scegliere di non pormi queste domande: anche in questo caso non è messa in discussione la libertà di scelta, perché comunque sono libero di scegliere di non scegliere.
Questa libertà ci permette di rifiutare qualsiasi forma politica, organizzazione sociale o stile di vita che si instauri senza che si rendano espliciti i benefici che può trarne l’essere umano. Gran parte della morale, delle leggi e delle politiche oggi dominanti si sono instaurate senza esplicitare alcunché, probabilmente perché sono veramente pochi i benefici che l’essere umano potrebbe trarre da esse.
In quanto forma di espressione dell’agire umano, la politica dovrebbe avere questa priorità: contribuire a ricordare sempre che siamo liberi di scegliere, invece di continuare, come spesso fa oggi, ad agire come se questa libertà non ci fosse, contribuendo a propagandare l’idea che l’attuale status quo è inevitabile e che non può essere cambiato. Ecco perché, secondo noi, il silenzio della politica non è giustificabile.
L’uomo di Alatri, suicidandosi, ha dimostrato che in ogni momento siamo liberi di scegliere se continuare a vivere oppure no. Il problema è: era consapevole di questa libertà di scelta? Oppure era convinto che lo status quo era inevitabile e che non poteva essere cambiato?

Roma, 07.03.2014 

Partito Umanista

Roma