giovedì 14 giugno 2018

LE PROPOSTE UMANISTE PER LA SICUREZZA

Alla diffusa sensazione di insicurezza derivante dalla progressiva eliminazione di tutte le sicurezze relative alla vita presente e futura di ogni cittadino (il lavoro, la sanità, la pensione, l’istruzione, ecc.) si risponde esaltando, come causa primaria dell’insicurezza vissuta dai cittadini, la microcriminalità.

Lo Stato nazionale, dopo aver abdicato alle altre funzioni relative al benessere della popolazione (subordinate al risanamento del bilancio, alla libera circolazione dei capitali, alla competitività delle imprese e alla libertà di impresa), riduce il concetto di sicurezza a quello di ordine pubblico, adottando misure repressive ed aumenti delle pene nei confronti della delinquenza comune, mentre la grande delinquenza, la criminalità organizzata, italiana e straniera, i grandi criminali continuano a circolare liberamente e ad accumulare capitali, favoriti da un sistema giurisdizionale che garantisce loro l’impunità.

Occorre innanzitutto “spostare” l’attenzione dalla micro alla macro-criminalità e concentrare l’azione delle forze di polizia nei confronti di quest’ultima. Per combattere seriamente la grande criminalità sono inoltre necessarie misure che non attengono direttamente al campo dell’ordine pubblico, ma sono funzionali alla prevenzione e all’individuazione dei reati:

- l’eliminazione del segreto bancario e dei paradisi fiscali per contrastare il riciclaggio di denaro “sporco” proveniente dal traffico di droga, dal commercio illegale di armi, ecc.;

- l’istituzione di banche municipali senza interessi (con l’applicazione di un saggio minimo corrispondente alla pura copertura delle spese di gestione) per combattere l’usura;

- la riforma del processo civile, del processo penale e dell’ordinamento giudiziario che acceleri i tempi della giustizia e non lasci impuniti i reati più gravi.

Rispetto alla microcriminalità, la repressione e l’aumento della pena non sono certo idonei a ristabilire “l’ordine sociale”, se l’origine della microcriminalità è legata all’aumento dell’emarginazione e dell’esclusione sociale. Occorre dunque garantire a tutti gli inoccupati un reddito sociale di base, unitamente ad un impegno globale al fine di ridurre ed eliminare tutti i fattori, di qualsiasi natura, che possano determinare esclusione sociale.
 
 

domenica 10 giugno 2018

LE PROPOSTE UMANISTE PER L'IMMIGRAZIONE



Gli umanisti propongono di rovesciare l'attuale approccio repressivo, per cui l'immigrazione è vista come un problema di ordine pubblico e di adottare invece un'impostazione basata sui diritti umani, sull’apertura delle frontiere e sull'accoglienza.

Tale politica servirà, tra l'altro, a colpire le organizzazioni criminali che oggi si arricchiscono sulla pelle dei disperati in fuga dalla miseria e dalla guerra.

L'immigrazione non è una minaccia per la società, ma un'occasione di arricchimento e comunicazione tra culture diverse.

Le prime misure da adottare riguardano:

- la regolarizzazione di tutti i residenti di fatto;

- la chiusura dei Centri di Permanenza per i Rimpatri, che nei fatti sono centri di detenzione;

- l’organizzazione in tutte le città di “residenze di accoglienza”, dotate di centri di informazione e di assistenza sanitaria;

- il trasferimento delle competenze in materia dal Ministero dell’interno ad un istituendo Ministero dei diritti umani.

- l’apertura delle frontiere, anche come strumento per combattere la criminalità;

- la destinazione del 2% reale del PIL all’aiuto ai Paesi d’origine dell’immigrazione.

venerdì 8 giugno 2018

Le proposte umaniste in economia e finanza


L’uomo di oggi – l’uomo occidentale - si presenta ricco di strumenti ma povero di fini e di valori. Le conseguenze di ciò sono evidenti:

- il progresso scientifico viene misurato in termini di prestazioni di macchine, prescindendo dalla valutazione dei bisogni individuali e collettivi coinvolti;

- la produzione tende a essere finalizzata a se stessa nella ripetizione di modelli meramente quantitativi. Da un lato mai come oggi l’umanità ha potuto disporre di risorse materiali e di un potenziale tecnologico tanto cospicui, dall’altro la gestione incoerente di questo enorme patrimonio di ricchezza può procurare una mole di costi e di sofferenze, per il vivere individuale e collettivo, superiore ai benefici immediati apparenti;

- la finanza guida i processi di globalizzazione. Il volume degli scambi finanziari è molto superiore al volume degli scambi reali. Attraverso fusioni e acquisizioni si esprime, in molti casi, il gioco pericoloso della moltiplicazione di una ricchezza che non cresce. Ciò genera ulteriori squilibri;

- persiste e si allarga, di conseguenza, il divario tra il nord (saturo e anziano) e il sud del mondo in cui si concentra ormai la maggioranza dei giovani;

- in Italia e in altri paesi industrializzati, il rientro dell’inflazione e l’aumento dei livelli di produttività sono avvenuti a scapito dell’occupazione e della solidarietà sociale. La politica economica finisce per esaurirsi nel controllo della congiuntura e nel governo delle grandezze monetarie e di bilancio. I “numeri" prendono il posto degli uomini, specie dei più deboli e quindi più bisognosi di “stato sociale”.

Ma contrariamente alle tesi del sistema dominante sull’inevitabilità della globalizzazione, sull’irreversibilità dei processi di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione in atto, è evidente che esiste la possibilità non solo di pensare sviluppi e finalità diverse, ma anche di riuscire a metterli in atto, dando vita nei prossimi anni a una società organizzata e governata su principi, meccanismi, istituzioni e poteri differenti da quelli predicati sino ad oggi, che vanno in una direzione in cui l’economia deve ritornare a essere una forma di amministrare le risorse materiali al servizio dell’essere umano, che rimane il nostro valore centrale. Quindi nell’ottica di una riforma umanista del sistema economico proponiamo:

- una legge che preveda la partecipazione diretta al capitale e alle decisioni dell’impresa da parte dei lavoratori, affinché possano collocarsi sullo stesso piano dell’imprenditore attraverso una compartecipazione nella gestione aziendale;

- la riforma del sistema fiscale in base al criterio dell’effettiva capacità contributiva (chi ha di più deve pagare di più e chi ha appena il reddito per sopravvivere non deve pagare nulla) e della corretta allocazione degli investimenti produttivi;

- la creazione della banca municipale senza interessi (per poter combattere l’usura);

- la tassazione delle speculazioni internazionali mediante:
a) l’imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie mondiali,
b) l’eliminazione dei paradisi fiscali,
c) la fine del segreto bancario.

sabato 5 maggio 2018

La guarigione della sofferenza

Il 4 maggio del 1969 a Punta de Vacas, in un luogo impervio e lontano da ogni centro abitato, al confine fra Argentina e Cile, venne pronunciato il discorso che riportiamo integralmente, denominato La guarigione della sofferenza. Mario Rodríguez Cobos, Silo, pronunciò quel discorso. Quelle parole furono d'ispirazione per la nascita del Movimento Umanista nel Mondo.



«Se sei venuto ad ascoltare un uomo che si suppone trasmetta la saggezza, hai sbagliato strada, perché la saggezza non si trasmette né attraverso i libri né attraverso i discorsi; la vera saggezza sta nel fondo della tua coscienza, così come l’amore vero sta nel fondo del tuo cuore.


Se sei venuto spinto dai calunniatori e dagli ipocriti ad ascoltare quest’uomo con il fine di usare ciò che ascolti come argomento contro di lui, hai sbagliato strada, perché quest’uomo non è qui per chiederti niente né per usarti, perché non ha bisogno di te.


Ascolti un pover’uomo che non conosce le leggi che reggono l’Universo, che non conosce le leggi della Storia, che ignora le relazioni che legano i popoli. Quest’uomo si dirige alla tua coscienza lontano dalle città e dalle loro malsane ambizioni. Là, nelle città, dove ogni giorno è un affanno troncato dalla morte, dove all’amore succede l’odio, dove al perdono segue la vendetta, là, nelle città degli uomini ricchi e poveri, là, negli immensi campi degli uomini, si è posato un manto di sofferenza e di tristezza.


Soffri quando il dolore morde il tuo corpo. Soffri quando la fame si impadronisce del tuo corpo. Ma non soffri solo per il dolore immediato o per la fame che il tuo corpo sente; soffri anche per le conseguenze delle malattie che colpiscono il tuo corpo.


Silo nel 2004 a Punta de Vacas.
Devi comprendere che la sofferenza è di due tipi; c’è una sofferenza che sorge in te a causa della malattia (e che può retrocedere grazie al progresso della scienza, così come la fame può retrocedere grazie, invece, al trionfo della giustizia). E c’è un’altra sofferenza che non dipende dalla malattia del corpo ma che da essa deriva: se sei paralizzato, se non puoi vedere, se non puoi udire, soffri; tuttavia, anche se deriva dal tuo corpo, questa sofferenza è della tua mente.


C’è dunque un tipo di sofferenza che non può retrocedere di fronte al progresso della scienza né di fronte al progresso della giustizia. Questo tipo di sofferenza, che è strettamente legato alla tua mente, retrocede di fronte alla fede, di fronte alla gioia di vivere, di fronte all’amore. Devi sapere che questo tipo di sofferenza è sempre basato sulla violenza che si trova nella tua coscienza. Soffri perché temi di perdere ciò che hai, soffri per ciò che hai perduto o per ciò che disperi di poter raggiungere. Soffri perché non hai, o perché hai paura... Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani sono i suoi desideri.


Vorrei raccontarti una storia accaduta molto tempo fa.


C’era un viaggiatore che doveva fare un lungo cammino. Così attaccò il suo cavallo al carro ed iniziò il viaggio; aveva un limite fisso di tempo per giungere alla sua lontana destinazione. Chiamò l’animale “Necessità” ed il carro “Desiderio”; chiamò una ruota “Piacere” e l’altra “Dolore”. Il viaggiatore conduceva il suo carro ora a destra ora a sinistra, ma non perdeva mai di vista la sua meta. Quanto più velocemente procedeva il carro, tanto più rapidamente si muovevano le ruote del piacere e del dolore, che erano unite dallo stesso asse e trasportavano il carro del Desiderio. Poiché il cammino era molto lungo il nostro viaggiatore si annoiava: decise allora di decorare il carro adornandolo di ogni cosa bella, e così fece. Ma il carro del Desiderio quanto più fu coperto di ornamenti tanto più divenne pesante per la Necessità che lo trainava. Ed infatti nelle curve e sugli erti pendii il povero animale si accasciava, non potendo trascinare il carro del Desiderio. E sulle strade sabbiose le ruote del Piacere e della Sofferenza affondavano. Un giorno il viaggiatore disperò di arrivare a destinazione perché il cammino era ancora molto lungo e la meta ancora molto lontana. Allora, quando scese la notte, decise di meditare; e mentre meditava udì il nitrito del suo cavallo. Comprese il messaggio che questo gli inviava e così, la mattina seguente, liberò il carro di tutti gli ornamenti, lo alleggerì di tutti i pesi, e quella stessa mattina, molto presto, cominciò a trottare con il suo animale, avanzando verso la sua destinazione. Ma il tempo che aveva perduto era ormai irrecuperabile. La notte seguente tornò a meditare e un nuovo avvertimento del suo amico gli fece comprendere che ora doveva affrontare un nuovo compito; e questo compito era doppiamente difficile perché significava il suo distacco, la perdita del suo attaccamento. Di buon mattino sacrificò il carro del Desiderio. E’ certo che così facendo perse la ruota del Piacere; però, con essa, perse anche la ruota della Sofferenza. Montò in groppa all’animale della Necessità e cominciò a galoppare per le verdi praterie fino ad arrivare alla sua destinazione.


Considera come il desiderio ti può limitare. Ci sono desideri di differente qualità. Ci sono desideri grossolani e ci sono desideri elevati. Eleva il desiderio! Supera il desiderio! Purifica il desiderio! Così facendo dovrai sicuramente sacrificare la ruota del piacere ma con essa perderai anche la ruota della sofferenza.


La violenza nell’uomo, mossa dai desideri, non rimane racchiusa nella sua coscienza, come una malattia, ma agisce anche nel mondo degli altri uomini, si esercita sul resto degli esseri umani. Non credere che quando parlo di violenza io mi riferisca solo alla guerra ed alle armi con cui gli uomini distruggono gli uomini: questa è una forma di violenza fisica. C’è una violenza economica. La violenza economica è quella che ti fa sfruttare l’altro; eserciti violenza economica quando derubi l’altro, quando non sei più il fratello dell’altro ma un animale rapace nei confronti del tuo fratello. C’è anche una violenza razziale. Credi di non esercitare violenza quando perseguiti un altro perché è di razza differente dalla tua? Credi di non esercitare violenza quando lo diffami perché è di razza differente dalla tua? C’è una violenza religiosa. Credi di non esercitare violenza quando non dai lavoro a qualcuno, o gli chiudi la porta in faccia, o lo allontani da te perché non è della tua religione? Credi di non essere violento quando rinchiudi tra le sbarre della diffamazione chi non professa i tuoi princìpi? Quando lo costringi a rinchiudersi nella sua famiglia? Quando lo costringi a rinchiudersi tra i suoi cari perché non professa la tua religione? Ci sono poi altre forme di violenza, quelle imposte dalla morale filistea.


Tu vuoi imporre il tuo modo di vivere ad altri, tu devi imporre la tua vocazione ad altri... Ma chi ti ha detto che sei un esempio da seguire? Ma chi ti ha detto che puoi imporre ad altri un modo di vivere solo perché è quello che piace a te? Da dove viene lo stampo, da dove viene il modello perché tu voglia imporlo?... Questa è un’altra forma di violenza. Puoi porre fine alla violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente con la fede interiore e la meditazione interiore. Le false soluzioni non possono porre termine alla violenza. Questo mondo sta per esplodere e non c’è modo di porre termine alla violenza! Non cercare false vie d’uscita! Non c’è politica che possa risolvere questa folle ansia di violenza. Nel pianeta non c’è partito né movimento che possa porre termine alla violenza. Con false soluzioni non è possibile estirpare la violenza che è nel mondo... Mi dicono che i giovani, alle più diverse latitudini, cercano false vie d’uscita per liberarsi della violenza e della sofferenza interiore e si rivolgono alla droga come ad una soluzione. Non cercare false vie d’uscita per porre termine alla violenza.


Fratello mio: segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa neve e questo sole che ci benedice. Porta la pace in te e portala agli altri. Fratello mio, là nella storia c’è l’essere umano che mostra il volto della sofferenza: guarda quel volto pieno di sofferenza... ma ricorda che è necessario andare avanti, che è necessario imparare a ridere e che è necessario imparare ad amare.


A te, fratello mio, lancio questa speranza; questa speranza di gioia, questa speranza di amore affinché tu elevi il tuo cuore ed elevi il tuo spirito, ed affinché non dimentichi di elevare il tuo corpo.»

domenica 11 febbraio 2018

Insieme ai Kurdi, per la liberà, la pace e la democrazia. #DefendAfrin

Sabato 17 febbraio saremo alla manifestazione nazionale che partirà alle 14:00 da Piazza della Repubblica.
Afrin è una piccola cittadina che si trova nella Siria settentrionale nella zona del Rojava, regione divenuta famosa per essere il contenitore amministrativo e geografico di cui fa parte Kobane, la città che più è balzata agli onori delle cronache (anche occidentali) nel corso degli anni in cui è stata tenuta d'assedio dalle milizie di Daesh. Afrin è attualmente circondata di nemici e i soli a difenderli sono i kurdi delle YPG/YPJ. Come Partito Umanista di Roma ci saremo e aderiamo alla manifestazione per chiedere la pace nella regione e la libertà per Öcalan, detenuto ormai da troppo tempo nel carcere di Imralı.

lunedì 15 gennaio 2018

«Senza sinistra»: il Partito Umanista, le elezioni e la lista Potere al Popolo

Il titolo è ovviamente provocatorio e chi scrive non vuole procedere con lo scandagliare i temi che possono essere considerati come configgenti o “divisivi” nell’ambito della dialettica e del confronto politico. «Senza sinistra» è una provocazione che rientra nell’affermazione «alle politiche non ci sarà una lista di sinistra», che pure in realtà c’è. 
Procediamo per gradi.
Dire «senza sinistra» è affermare come, ancora una volta, in una precisa area politica, si sia guardato alla circostanzialità del momento elettorale senza delineare una proposta di lungo periodo: così facendo le forze vengono sempre meno anziché confluire all’interno di un progetto comune, vengono messe a servizio di un obiettivo molto difficile e a cui molto probabilmente non farà seguito un risultato. 
Per dirla con le parole di Olivier Turquet, coordinatore italiano di «Pressenza», in un editoriale dedicato alle elezioni del 2014: «A queste elezioni non si presenta una sigla che sogno da tempo: la Sinistra Umanista Nonviolenta; la sigla suona bene SUN che fa pensare al sole in inglese. Perché non servono molte parole (recita il Documento Umanista) per definire le destre come strumenti dell’antiumanesimo; per cui possiamo essere critici con quel che ha fatto la sinistra storica ma siamo comunque di sinistra e ci interroghiamo sugli errori storici della sinistra che sono, a mio avviso, sostanzialmente due: non essere stata chiaramente umanista e nonviolenta. La preoccupazione per l’Essere Umano rispetto alle infinite dittature della razza, della nazionalità, del genere, della preferenza sessuale, della condizione economica, del suo pensiero ecc e la metodologia di cambiamento basata sulla nonviolenza attiva sono i due elementi centrali che hanno messo in crisi l’azione politica della sinistra e che vediamo ancora ben presenti, per esempio, nei settarismi che ne hanno portato alla polverizzazione». 
Sforzarsi di trovare punti di convergenza fra associazioni, partiti e reti sociali non è facile, è un lavoro (e un lavorìo) che va fatto attentamente e senza infingimenti di sorta, né tantomeno con interessi personali o di parte che possano minare il progetto stesso. 
L’esempio del Cile e del Fronte Ampio (Frente Amplio) è un esempio a cui tendere ma anche a cui lavorare nel corso degli anni: l’imminenza elettorale appiattisce e distoglie, storce e ottunde il dibattito e l’incontro delle culture che vogliono convergere per un comune fine.
I punti che legano il Partito Umanista a Potere al Popolo, almeno per quel che riguarda il breve periodo, sono anche più d’uno e possono superare in gran numero le divergenze, tuttavia è sulla strategia del lungo periodo che le differenze si acuiscono e le questioni non sono proprio secondarie: una per tutte è la posizione riguardo l’UE (e i temi che essa porta con sé).



UE sì/UE no
Il problema va affrontato seriamente e non rappresenta una questione inutile o di second’ordine: è il problema dei problemi, dibattito che si dovrebbe accendere e sintesi che si dovrebbe trarre. All’interno di Potere al Popolo (abbreviata maledettamente PaP, PotPop e via dicendo) la questione UE non è trattata con l’attenzione che merita, anzi. Recentemente si incontreranno al Parlamento Europeo la Candidata Presidente del Consiglio dei Ministri di Potere al Popolo e l’europarlamentare di Rifondazione, Eleonora Forenza, col fine di presentare il progetto elettorale al GUE (gruppo parlamentare della sinistra radicale). Uno dei temi forti dell’iniziativa è il riferimento alle esperienze della France Insoumise e Izquierda Unida/Podemos, con riferimento al progetto della Sinistra Europea. 
La confusione è evidente e mettere insieme progetti chiaramente “euro-critici” come la France Insoumise assieme alla Sinistra Europea e al GUE, chiaramente pro-UE e convinti della sua riformabilità dall’interno, è sbagliare ideologicamente.
In una fase come quella attuale, in cui si fa di tutto per bollare come “ideologico” qualsiasi dibattito e affibbiare un carattere negativo a questo termine, è bene riprendere e valorizzare il termine ideologia: altro non è che la propria visione del mondo e tutto quel che ne consegue. 
In una recente intervista rilasciata all’agenzia internazionale «Pressenza», il segretario nazionale Tony Manigrasso ha dichiarato come il PU sia «contro questa Unione Europea a base neoliberista e crediamo che nella gabbia in cui ci ritroviamo sia praticamente impossibile, per via dei vincoli attuali, cambiare l’Unione Europea dall’interno; se davvero il M5S proponesse un referendum impositivo sull’ItalExit, cosa che tra l’altro dubito che lo faccia veramente, non possiamo che essere favorevoli a votare per il SI all’ItalExit». 
Contrapporre «l’Europa dei popoli», ideale e utopica nella fase attuale, all’Europa del Capitale finanziario è una necessità sempre più impellente da analizzare e da comprendere a 360°: dirsi a favore dell’Europa dei popoli significa porsi contro i trattati, la dittatura del Capitale, la presenza e l’ingerenza della NATO, l’autodeterminazione dei popoli che sia reale (e non fittizia e strumentale per pagare qualche tassa in meno come accade in Lombardia o in Veneto).
È chiaro, dunque, che l’ambiguità sull’UE non può essere accantonata perché “ci sono affari più importanti da sbrigare”, come la presentazione della lista. 
Il “lungo periodo” è l’unico elemento che possa coadiuvare la formazione di una vera organicità, di una vera concentrazione a sinistra - che sia anticapitalista e non semplicemente antiliberista - che possa porsi l’obiettivo di una unione, pur nelle divergenze dei diversi attori che la andranno a comporre, con un unico obiettivo: essere forza reale. Una forza reale che sappia con certezza di essere minoranza ma non minoritaria: trattare i temi dell’anticapitalismo, della critica all’UE (senza agitare scalpi o slogan vuoti), del pacifismo e dell’antimperialismo portano con sé la consapevolezza d’essere minoranza all’interno del panorama politico italiano.
Il minoritarismo, infatti, è altra cosa: è la presa d’atto di voler parlare ad una piccola cerchia di persone, o anche settarismo come scriveva quattro anni fa Olivier Turquet. La minoranza, attraverso un lavoro (torniamo al precedente punto, evidentemente) duraturo nel corso degli anni, può mutare il suo essere: diventare “maggioranza” o, nel “peggiore dei casi”, ingrossare le sue fila e creare massa critica, coscienza civica e formare uomini e donne, ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini in persone che avranno acquisito gli elementi necessari per la sopravvivenza in un sistema antiumano come quello in cui viviamo.

Il compito del PU
Prendere coscienza della minoranza e non del minoritarismo è un passo necessario per il PU in Italia, tuttavia questo non significa mero “settarismo” a cui si deve rispondere con maggiore chiusura. Molti movimenti, rappresentati in Italia da sezioni organizzate in partiti e associazioni, si trovano di fronte allo stesso dilemma del PU: dare indicazione di voto, o non dare indicazione di voto; appoggiare o no questa o quella lista che si sta presentando alle elezioni politiche del 4 marzo?
Il compito del PU, in questa fase di transizione, è cercare di essere il trait d’union fra le associazioni, le reti sociali e i partiti che non ce la faranno ad essere presenti né sulla scheda elettorale nazionale, né su quella per le elezioni Regionali. 
Un’unione di minoranze? No, piuttosto un dialogo fra pari: fra Partito Pirata, i “delusi del Brancaccio”, ATTAC Italia, Sbilanciamoci e tutta una pletora di elettori che non avrà più rappresentanza il giorno dopo aver votato e il giorno prima in cui s’è deciso per l’appoggio ad una lista come ultima spiaggia. Il PU può “essere partito” contro un “avere partito” generico e inconsistente: essere partito significa assumersi il compito di essere il collante necessario, come detto prima, e iniziare un percorso adesso per le prossime elezioni: non quelle del 4 marzo, ma per le prossime amministrative e le prossime elezioni nazionali. Porre la questione del 99% contro l’1%: passata di moda per qualche media nazionale ma non per gli umanisti, gli anticapitalisti, i pacifisti, per la sinistra e iniziare un percorso di condivisione e collaborazione arrivando - perché no? - alla formazione di un “governo ombra sociale”.

È uno gnommero di concause, come diceva Gadda: un gomitolo intricato fino all’inverosimile, ma necessario da sbrogliare.


Partito Umanista Roma

domenica 19 novembre 2017

Raggi in continuità con la "vecchia politica"

Cercare di risolvere l’emergenza abitativa di Roma con delle strutture prefabbricate che andrebbero dislocate in zone periferiche della città è più che una scelta scellerata: è ignobile. La motivazione, anch’essa, è inconcepibile. La città di Roma possiede più di 250.000 alloggi sfitti i quali non sono di proprietà di privati, del vicino di pianerottolo che si è comprato la seconda casa per i figli o per un investimento proprio: si tratta di alloggi della grande proprietà, dei palazzinari
Costruttori, immobiliaristi (palazzinari, per l’appunto) che mantengono le case sfitte per giocare ad alzare e abbassare i valori del mercato immobiliare, determinando il prezzo degli affitti o della vendita di questa o quella zona di Roma. Ebbene la Raggi si pone in continuità con le politiche degli ultimi 30 anni, rincarando la dose, proponendo dei fabbricati come soluzione “temporanea”. 
La situazione avrebbe del grottesco se non fosse reale, come purtroppo è. Ma tant’è: l’ultima politica abitativa riguardo alloggi di edilizia popolare della città di Roma risale a Petroselli. 
Di tempo ne è ben passato, e gli effetti li vediamo ogni giorno. 
Il PU denuncia la situazione proponendo di censire quelle case sfitte e di requisirle ai grandi gruppi che speculano su di esse: troppo è stato dato ai palazzinari, niente alle persone.