martedì 4 maggio 2021

Il nuovo umanesimo è universalista

 

Verso un nuovo paradigma di cooperazione, solidarietà e reciprocità

 


Oggi, martedì 4 maggio, è il 52° anniversario del primo discorso pubblico di Silo, filosofo e principale ideologo del Nuovo Umanesimo. Il suo messaggio fu dato nel 1969 tra rocce e montagne a Punta de Vacas, in un luogo vicino all'autostrada che collega Mendoza (Argentina) con Santiago (Cile), con un grande valore simbolico perché fu l'unico luogo, dopo molti sforzi e trattative, dove fu ottenuto il "permesso" dal regime militare de facto dell'Argentina per svolgere questa attività.

La dittatura militare argentina aveva proibito la realizzazione di qualsiasi atto pubblico nelle città e davanti allo sguardo sorpreso dei soldati che sorvegliavano la zona, circa duecento persone arrivarono in quel luogo remoto vicino ai tremila metri di altitudine, in un luogo desolato della Cordigliera delle Ande, per ascoltare un uomo chiamato Silo (Mario Luis Rodríguez Cobos).

Quel giorno d'autunno, freddo e soleggiato, fin dalle prime ore del mattino, le autorità hanno controllato le vie d'accesso, esigendo documentazione e informazioni personali da coloro che arrivavano (il che ha creato alcuni conflitti con la stampa internazionale) e installando nidi di mitragliatrici, veicoli militari e uomini armati nelle zone circostanti.

In questo magnifico scenario di montagne innevate come auditorium naturale e minando la credibilità dell'abuso della censura autoritaria, Silo realizzò quella che è conosciuta come la "Lezione sulla guarigione della sofferenza", considerata la prima attività pubblica del Movimento Umanista. Una corrente di opinione che mette in discussione l'organizzazione del potere, atipica perché nata nel Terzo Mondo (in rottura con la visione egemonica, eurocentrica, occidentale, del sapere), in piena guerra fredda.

Così, il Nuovo Umanesimo emerge rompendo un nuovo terreno, salvando il pacifismo dell'umanesimo storico, denunciando tutte le forme di violenza, e portandolo molto oltre, proponendo la nonviolenza attiva come metodologia di azione, che all'epoca era sospetta per le parti in causa.

Il Nuovo Umanesimo parte dall'essere umano come posizione centrale della sua filosofia, ma non considera le posizioni teistiche come necessariamente opposte, né le scarta.

Non solo parte da un'antropologia che vede la persona come un essere storico e sociale, e apporta contributi a una nuova proposta psicologica (dall'intenzionalità della coscienza), ma sviluppa anche una proposta spirituale, che rompe con il paradigma razionale-scientifico, l'episteme dominante della scienza moderna.

Il Nuovo Umanesimo non parte da una visione statica o decontestualizzata dell'essere umano, come se corrispondesse a una condizione naturale (studia in profondità le condizioni di origine di ogni processo personale o sociale), ma piuttosto lo vede in dinamica come un essere sociale che, come afferma il Documento Umanista (1993), oltre ad avere una storia molto lunga, ha un futuro ancora più esteso.

Il Nuovo Umanesimo difende il diritto alla soggettività della persona, denunciando il dominio di questa da parte del grande capitale che controlla i media, così come fa con l'oggettività attraverso il controllo dei mezzi di produzione. E salva la costituzione umana dalla sua temporalità e dalla sua intersoggettività (nella sua apertura verso l'universo umano) come punto di partenza per convergere nella diversità per la costruzione della società umana universale.

Questa universalità si costituirà a partire da nuove forme di comunicazione interculturale, di scambio di esperienze e significati, come aspirazione, mai dalla pretesa che la specifica visione del mondo di una particolare cultura si imponga come razionalità universale, anche se tale cultura si chiama Europa occidentale o Nord America.

Cioè, l'universalità del Nuovo Umanesimo non è l'universalità dell'imperialismo internazionalista (come la globalizzazione), ma piuttosto quella del rispetto della diversità delle culture e delle regioni, propiziando la creazione di federazioni regionali e di una confederazione mondiale basata su un sistema di democrazia reale.

Gli umanisti capiscono che la globalizzazione, avanzando, demolisce lo stato nazionale, aumentando la disuguaglianza, la discriminazione e lo sfruttamento, ma siamo anche consapevoli che nella concentrazione del potere imperialista c'è una crescita del disordine che porterà al caos generale. In questa emergenza, identifichiamo come nostri interessi quelli di tutta l'umanità che soffre gli effetti dello stesso sistema globalizzato.

Evidentemente il Nuovo Umanesimo è decolonialista dal momento in cui emerge come paradigma basato sui principi di solidarietà e comunità. Inoltre, si definisce come dinamico e in costruzione, con il contributo delle diverse culture del mondo.

Le visioni imperialiste e colonialiste, con le loro pretese di universalità e l'unico sapere valido, legittimano il potere del grande capitale e naturalizzano i processi sociali di oppressione, il che chiude la possibilità di pensare alla trasformazione sociale oltre i limiti imposti dal capitalismo.

Il Partito Umanista Internazionale, come milioni di persone e organizzazioni umaniste, si dedica alla costruzione di un nuovo immaginario storico anticapitalista, un orizzonte di senso storico, caratterizzato da una soggettività basata sulla reciprocità e da una nuova razionalità liberatrice (dello sfruttamento e del dominio) e solidale (tra le persone e con la natura), espressa in ogni azione sociale personale e collettiva che realizziamo.

Come molte altre organizzazioni, il Partito Umanista Internazionale si colloca nella corrente di opinione del Movimento Umanista e assume il Nuovo Umanesimo come postulato filosofico della sua azione politica. Per tutte queste organizzazioni è essenziale elaborare un umanesimo che contribuisca al miglioramento della vita, che affronti la discriminazione, il fanatismo, lo sfruttamento e la violenza.

In un mondo che si sta rapidamente globalizzando, dove le azioni dell'imperialismo, dei gruppi finanziari e delle banche internazionali favoriscono lo scontro tra culture, etnie e regioni, il Movimento Umanista propone lo sviluppo di un Nuovo Umanesimo, plurale e convergente, un umanesimo capace di produrre la ricomposizione delle forze sociali; un umanesimo capace di creare un nuovo clima di riflessione e azione, in cui il personale non sia irriducibilmente opposto al sociale, né la libertà alla solidarietà.

Noi umanisti comprendiamo che il capitalismo non è solo un sistema economico, ma una complessa rete globale di potere, integrata da processi economici, politici e culturali, la cui somma sostiene l'intero sistema preistorico in cui ancora viviamo. Il Nuovo Umanesimo tende alla modifica di questo schema di potere, con l'obiettivo di trasformare l'attuale struttura sociale che sta andando verso un sistema chiuso (globalizzazione), in cui predominano gli atteggiamenti pratici e i "valori" teorici dell'antiumanesimo.

Queste pratiche mirano alla manipolazione, invisibilizzazione e repressione di tutti i tipi di rivolte, proteste e sviluppi di movimenti sociali che mettono in discussione i diversi tipi di violenza stabiliti. La logica dell'attuale sistema capitalista, patriarcale, antropocentrico, nasconde sotto la retorica del progresso e della modernità, l'esclusione e la sottomissione di miliardi di esseri umani umiliati, vilipesi, dimenticati ed emarginati, negando i loro diritti umani, compreso il loro diritto di sognare, di essere felici, di avere risolti i loro bisogni fondamentali di educazione, salute, casa, cibo, ecc.

Di fronte alla violenza del sistema, il nuovo umanesimo promuove la lotta emancipatrice non violenta, nella ricerca di costruire la possibilità di eliminare i fattori di oppressione, affinché gli esseri umani possano sviluppare l'esercizio della libertà, e delle qualità e forze creative che superano ogni forma di violenza.

In occasione della commemorazione ci saranno numerose celebrazioni nei Parchi di Studio e di Riflessione di tutto il mondo, così come in molti spazi definiti come umanisti o siloisti. Che questa data serva a incoraggiare la nostra azione umanizzante in modo creativo, come un umanesimo che, tenendo conto dei paradossi dei tempi, aspira a risolverli.

 

Equipe di coordinamento internazionale

Federazione dei partiti umanisti

 

4 maggio 2021.

 

* Dichiarazione basata su testi del Dizionario del Nuovo Umanesimo (1997).

sabato 9 gennaio 2021

COERENZA ED EFFICIENZA


 Aspirazioni e sfide dei partiti umanisti

Il 6 gennaio ricorre l'anniversario della nascita dell'ideologo del Nuovo Umanesimo Universalista, il filosofo argentino Mario Rodríguez Cobos, meglio conosciuto con il suo pseudonimo, Silo.

All'inizio degli anni Novanta, nel pieno dell'ascesa del neoliberismo anti-umanista, Silo ha approfondito la filosofia del Nuovo Umanesimo, la sua pratica politica e sociale, che ha preferito definire principalmente come atteggiamento e prospettiva di vita, che ha espresso nel Documento del Movimento Umanista, da cui trascriviamo la sua introduzione:

"Gli umanisti sono donne e uomini di questo secolo, di quest'epoca. Riconoscono gli antecedenti dell'umanesimo storico e si ispirano ai contributi delle diverse culture, non solo a quelle che attualmente occupano un posto centrale. Sono anche uomini e donne che si lasciano questo secolo e questo millennio alle spalle e si proiettano in un mondo nuovo".

"Gli umanisti sentono che la loro storia è molto lunga e che il loro futuro è ancora più ampio. Pensano al futuro, lottando per superare la crisi generale del presente. Sono ottimisti, credono nella libertà e nel progresso sociale".

"Gli umanisti sono internazionalisti, aspirano a una nazione umana universale. Essi comprendono globalmente il mondo in cui vivono e agiscono nel loro ambiente immediato. Non vogliono un mondo uniforme, ma un mondo multiplo: multiplo nelle etnie, nelle lingue e nei costumi; multiplo nelle località, nelle regioni e nelle autonomie; multiplo nelle idee e nelle aspirazioni; multiplo nelle credenze, nell'ateismo e nella religiosità; multiplo nel lavoro; multiplo nella creatività".

"Gli umanisti non vogliono padroni; non vogliono leader o capi, né si sentono rappresentanti o capi di nessuno. Gli umanisti non vogliono uno stato centralizzato, né uno stato para-statale che lo sostituisca. Gli umanisti non vogliono che gli eserciti della polizia o le bande armate li sostituiscano.

"Ma tra le aspirazioni umaniste e le realtà del mondo di oggi è stato eretto un muro. È giunto il momento, quindi, di abbatterlo. Questo richiede l'unione di tutti gli umanisti del mondo".

Così, Silo salva l'Umanesimo come storia, ma anche come progetto futuro e come strumento di azione attuale.

In un mondo in cui la disuguaglianza e la povertà sono in rapido aumento, egli propone un umanesimo che contribuisce al miglioramento della vita, che affronta la discriminazione, il fanatismo, lo sfruttamento e la violenza.

In un mondo in rapida globalizzazione che mostra i sintomi dello scontro tra culture, etnie e regioni, propone un umanesimo universalista, pluralista e convergente.

In un mondo in cui i Paesi, le istituzioni e le relazioni umane si stanno destrutturando, presenta un umanesimo capace di promuovere la ricomposizione delle forze sociali.

In un mondo in cui si è perso il senso e la direzione della vita, si definisce che deve esistere un umanesimo capace di creare un nuovo clima di riflessione in cui il personale non sia più irriducibilmente opposto al sociale, né il sociale al personale.

Silo propone che l'interesse sia la costruzione di un umanesimo creativo, non di un umanesimo ripetitivo; un nuovo umanesimo che, tenendo conto dei paradossi del tempo, aspira a risolverli.

Ed evidentemente tutte queste, che sono aspirazioni umanistiche, diventano sfide per i partiti umanisti.

Perché implica la rottura con il sistema di credenze che rispondono a un modello di potere globale violento, alienante, discriminatorio, escludente, schiavizzante e predatorio. Ciò richiederà un progetto con una profondità molto profonda e numerosi compiti nel presente, al fine di sovvertire questo schema di potere.

Poiché il modello di società che essi promuovono per noi, dicendo che è quello di generare ricchezza e progresso per tutti, nel profondo sappiamo che non è né solidale, né equo, né inclusivo, né democratico, tralasciando ampi settori della popolazione perché è stato progettato a beneficio delle grandi imprese.

Perché il sistema capitalista nella globalizzazione è progettato per imporre a livello mondiale forme politiche ed economiche che non rispettano le forme organizzative locali che non si adattano al loro progetto di espansione, trasformando ogni attività sociale in una merce e in un'opportunità di business.

Perché implica la sfida di costruire nuovi modi di fare politica, che siano inclusivi, partecipativi e trasparenti, che diano responsabilità, che svolgano la loro azione di fronte alla gente e con le spalle al potere economico.

Ed è qui che il lavoro di Silo acquisisce una prospettiva storica trasformativa, perché comprende un'etica, una sensibilità, un impegno collettivo che nessun membro della società sarà escluso, né sarà reso invisibile.

Poiché il 2020 segna il decimo anniversario della nascita della Federazione dei partiti umanisti e più di tre decenni dalla nascita dei primi collettivi politici umanisti, è un buon momento per riflettere sulla nostra azione politica. Sulle conquiste, le forme e le pratiche che dovranno essere sostenute, modificate o approfondite per avanzare nell'umanizzazione del nostro ambiente circostante.

"La questione è se saremo spettatori della vita o promotori
di azioni che organizzano la trasformazione intorno a noi,
trasformatori della vita reale che misurano e proiettano
nella loro azione le conseguenze che avremo su noi stessi e sugli altri.

"Dovete quindi assumere e dare una risposta di
suprema sfida e il cambiamento dell'ambiente e
così la nostra proposta è l'azione che promuove
la simultanea modificazione personale e ambientale,
quell'azione che provoca intenzionalmente il cambiamento
e lo dirige con un senso aperto, ampio, generoso,
e così vedrete presto una rinascita con la forza nel
cuore degli uomini e dei popoli, la luce della vita".

"La nostra proposta è l'Azione Trasformativa;
gioiosa, risoluta e permanente; azione trasformativa che
è quella piena di intenzionalità orientata al
cambiamento umanizzante di noi stessi, dell'ambiente
che ci circonda e di tutta questa terra, la nostra terra".

Silo (1989).

 

Equipe di Coordinamento Internazionale
Federazione dei Partiti Umanisti

domenica 25 agosto 2019

LIBRI SCOLASTICI: DOV’È L’UGUAGLIANZA DI ACCESSO ALL’ISTRUZIONE?


Secondo i dati relativi ai libri adottati nell’anno scolastico 2018/19, forniti dal Ministero dell’Istruzione, le famiglie di Roma e provincia hanno dovuto pagare mediamente 302 euro per ogni figlio che ha iniziato la scuola media e una cifra compresa tra i 418 e i 436 euro per ogni figlio che ha cominciato la scuola superiore. Se i figli sono due, eventualità abbastanza frequente, la famiglia è quindi costretta a sborsare più di 700 euro.

Tutte le famiglie di Roma e provincia hanno la possibilità di sostenere questa spesa? No. Alla faccia della Costituzione della Repubblica Italiana e, in particolare, dell’articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”.

L’istruzione, come la sanità, rappresenta la base prioritaria dello sviluppo di un popolo. Se miniamo queste basi, stiamo impedendo tale sviluppo. Secondo l’articolo suddetto della Costituzione, dovrebbe essere scontata la gratuità dei libri per tutti, ma evidentemente non lo è, inserendo al contrario un ulteriore elemento di disparità nella società.

Se tutto è subordinato alla sanità e all’istruzione, i complessissimi problemi economici e tecnologici della società attuale troveranno l’inquadramento corretto che permetterà di affrontarli adeguatamente.

Questo è il punto di vista degli umanisti. Questo è uno dei pilastri fondamentali del programma politico del Partito Umanista. Da sempre.

Per cui è assolutamente necessario che si instaurino tavoli di confronto, a livello nazionale e locale, per adeguare la prassi attuale a ciò che sancisce la Costituzione, affinché tutti abbiano la possibilità di istruirsi, indipendentemente dalle risorse economiche a disposizione.

Perché sempre la Costituzione sancisce all’articolo 3 che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.   

martedì 16 luglio 2019

Sui fatti di Primavalle

Via Cardinal Capranica, Primavalle, periferia nord di Roma, più di 80 minori e relative famiglie sbattuti in strada a causa dello sgombero operato dalle forze dell’ordine, accorse sul posto nella notte con un dispiegamento enorme di agenti e blindati. 
Le persone sgomberate occupavano un palazzo statale in stato d’abbandono da più di vent’anni, da qui le operazioni della polizia, accorse con un numero del tutto spropositato di agenti a Via Cardinal Capranica per sgomberare le famiglie. Stampa, partiti del “buon governo” (Pd, M5S, Lega, Forza Italia etc), opinionisti da bar hanno subito puntato il dito contro “gli occupanti” perché è davvero scandaloso che ci sia chi occupa uno stabile statale abbandonato perché in emergenza abitativa.
Nessuno di loro ha il problema di andare a trovare un tetto sotto cui ripararsi: chi occupa non è felice di farlo ma è costretto dagli eventi. Nella città di Roma è assente un vero e proprio piano rivolto all'edilizia popolare e ogni notizia pubblicata a riguardo è frutto di speculazioni politiche - a fini elettorali - riguardo le assegnazioni a famiglie straniere: la realtà è che la politica abitativa romana è stata infiocchettata ai palazzinari che ne detengono il monopolio andando così a rendere inaccessibile un alloggio per chi lavora con contratti atipici o precari. Una guerra fra poveri in cui a spuntarla è sempre chi ha creato questa situazione ingovernabile. 
A Roma, infatti, ci sono più di 200.000 immobili sfitti della grande proprietà immobiliare, edificati su terreni pubblici e svenduti dalle giunte tanto di Partito Democratico quanto da quelle targate Forza Italia-Fd’I-Lega
Di fronte ad una situazione di mobilitazione perpetua delle forze dell’ordine a cui il governo leghista-pentastellato vuole abituare stampa ed elettorato affine, inviamo la nostra solidarietà piena alle famiglie sfrattate e rivendichiamo la necessità dell’applicazione dell’articolo 42 della Costituzione della Repubblica italiana che parla di esproprio della proprietà privata in situazione di necessità. E a Roma la questione abitativa rappresenta senz’altro una situazione in perpetua emergenza da un trentennio.

mercoledì 26 giugno 2019

Sea Watch, è spregevole fare campagne speculative sulla pelle delle persone

Coerentemente con quanto il Partito Umanista ha espresso nei mesi scorsi, in opposizione alle politiche del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, torniamo a condannare quei provvedimenti e la retorica sui “porti chiusi” che sta bloccando la nave Sea Watch 3 al largo di Lampedusa. Condanniamo esplicitamente ogni provvedimento messo in atto da questo governo nella gestione dei flussi migratori: rigettiamo, quindi, il mancato soccorso ai naufraghi, i respingimenti, l’esternalizzazione delle frontiere e le espulsioni. 
Rigettiamo la distinzione tra migranti regolari e irregolari, tra chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione e chi fugge dalla povertà: a tutti va data la possibilità di un futuro migliore. 
Allo stesso modo condanniamo l’intesa siglata con la Libia dall’ex ministro Minniti (e mantenuta dal ministro Salvini), che legittima l’esistenza dei campi di prigionia nei quali i migranti sono sottoposti a un trattamento disumano e che affida alla guardia costiera libica il compito di catturare chi prende il mare. 
Riteniamo spregevole l’atteggiamento dell’Unione Europea, sintetizzato nel Trattato di Dublino, che vieta ai migranti di raggiungere i paesi in cui desiderano andare (e nei quali le condizioni sociali e lavorative sono migliori) e pretende di lasciare il peso della loro accoglienza e della loro integrazione ai soli paesi del confine meridionale, quelli più duramente colpiti dalle politiche economiche portate avanti dalla stessa Unione e nei quali dilagano povertà e disoccupazione. Chiediamo che si permetta lo sbarco dei migranti della Sea Watch, i quali non possono essere trattati come ostaggi nel braccio di ferro con la UE, senza per questo indietreggiare nel pretendere la distribuzione tra tutti i paesi dell’Unione di chi approda nei nostri porti.
Chiediamo inoltre che si porti avanti seriamente il conflitto con la UE per l’eliminazione degli assurdi vincoli di bilancio che stanno determinando una situazione di gravissima povertà e stagnazione economica nel nostro paese, situazione che impedisce di fatto un’accoglienza effettiva e non retorica dei nuovi poveri in arrivo dal mare. 

sabato 25 maggio 2019

A proposito di Europa ed elezioni europee

Il Signor Burns appone questo cartello di fronte
all'ufficio di Theresa May. #Brexit
Siamo a meno di due giorni dalle elezioni europee del 2019. E' bene tornare sull'argomento perché stimolato da alcune discussioni notate, del tutto involontariamente, su Facebook. Più di qualche utente, soprattutto giovane, in più di qualche thread di discussione, ammetteva di non riuscire a votare il Partito Democratico, pur essendo europeista come chi stava esprimendo tale concetto, perché non sarebbe più credibile. Dunque, il colpo di genio: per gli europeisti, sosteneva sempre questo tale, sarebbe cosa buona e giusta votare +Europa, anziché il Pd.
Tutto ciò ha stimolato una riflessione che ho già sviluppato ma che vorrei attualizzare.

Il dibattito attorno all’Europa e alla sua costituzione non si è mai sopito e, anzi, ha generato un effetto contrario rispetto a quel che avrebbe dovuto generarsi: anziché un dibattito aperto, vero e franco – come si direbbe nelle organizzazioni politiche - sulla natura dell’integrazione europea, sui meccanismi di bilancio e sulla rappresentanza di ciascun paese - si è rimasti sulle elaborazioni di parte o aprioristicamente favorevoli o totalmente contrarie. Tempo fa su Pressenza, agenzia umanista internazionale, è stato pubblicato un articolo il cui titolo era: Elezioni 2019, Europa al bivio: più Europa o più nazionalismo?. Il pezzo riportava frasi ricorrenti e concetti più o meno simili a quelle espresse da quei giovani e riassumibili in queste espressioni: «[…]L’Europa è lontana dall’essere perfetta, ma non è neanche quel buco nero che tutto distrugge come viene descritta da certuni. Senza dubbio, sono evidenti i benefici ottenuti da alcuni settori e in numerose regioni grazie alle azioni politiche condotte da Bruxelles […] Gli errori dell’Unione Europea: poca Europa, solo Mercati». Partiamo dunque dall'ultima espressione: lo 'sbaglio' di aver costituito prima l'europa monetaria e poi quella politica.

La bufala dell'errore della costruzione dell'Europa monetaria anziché di quella politica

Due questioni che aprono due dibattiti apparentemente paralleli ma in realtà convergenti e sovrapponibili: l’Europa, intesa come entità etnico/geografica e la costituzione dell’Unione Europea così come la conosciamo e per come si è sviluppata nel corso degli anni. 

Un conto è la geografia, un conto la politica 

L’Europa come entità geografica è un qualcosa a cui nessuno può o intende opporsi o negarvi un’appartenenza. Se si rimane nel seminato delle considerazioni geografiche è facile dire che anche io, da antieuropesta, mi potrei sentire “europeo” dal momento che l’Italia condivide una porzione di un Continente con altri Stati. Ma finisce lì. Al netto delle considerazioni storiche riguardo il Vecchio continente. La questione è che si è voluto dare, e la stragrande maggioranza delle persone vi ha indubbiamente abboccato, una risposta cosmopolita a questa oggettiva speculazione geografica:

«[…] il cosmopolitismo prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato ad una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo può offrire, sia un’ampia libertà di movimento al di sopra dei confini statali» (Domenico Moro, La gabbia dell’Euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, p.20., 2018, Imprimatur).

Cercare di sfruttare questa ovvietà geografica per rimarcare la necessaria coesistenza e traslare il tutto in “ovvia strutturazione di una sovrastruttura sovranazionale” come l’Ue, è un atto politicamente torbido e intellettualmente disonesto. Così come, allo stesso modo, contrapporre una risposta binaria (sì/no, pro/contro) ad una questione estremamente complessa come l’Unione Europea. Sempre più spesso si ascoltano discorsi per cui o si è assolutamente aderenti con l’Ue e con tutto quel che ne consegue, altrimenti si è nazionalisti, salviniani, leghisti e fascisti. La generazione più colpita da questo colossale fraintendimento è la precedente a quella di chi scrive: i nati nel corso della Guerra Fredda, infatti, dopo aver attraversato la dissoluzione dell’Urss, la distruzione del Partito comunista e socialista in Italia e negli altri Paesi, hanno vissuto nell’illusione tutta positiva dell’abbattimento delle frontiere come carattere individualistico e ottimamente propulsivo della conoscenza del mondo. Una risposta cosmopolita, per dirla nei termini di Domenico Moro, ad una esigenza del capitalismo di riaffermarsi in tutto il globo, una volta venuto a mancare il blocco orientale e i paesi del Patto di Varsavia. Affermare un’europeismo oggettivo, geografico, non significa, però, essere supinamente pro-Ue: la distinzione è enorme e il fraintendimento causato dalla sovrapposizione di questi due piani ha creato una generazione la cui aspirazione massima è la conoscenza cosmopolita del mondo ad essa prossimo, intesa nel senso prima esposto. E ancora, sviluppando una tendenza al non c’è alternativa, il cosiddetto Tina (There is no alternative): il sentimento della mancanza d’alternativa, del contrappeso – se vogliamo – della presenza di un altro sistema economico, politico e sociale, ha fatto apparire come unica e necessaria la strutturazione della sovrastruttura dell’Unione europea.

«Non c’è ancora integrazione: dobbiamo avere più Europa!»

Che è un po' come dire, volendo consapevolmente banalizzare la questione: «il bambino ha la febbre: facciamolo stare a contatto con altre persone che hanno la febbre, gli passerà!». Curare, in sostanza, la malattia con la malattia stessa. Un meccanismo del tutto perverso, se ci si riflette a mente fredda. La menzogna concatenata al discorso fin qui esposto («sono nato in Europa, dunque 
sono automaticamente europeista-filo-Ue e filo Uem – Unione europea monetaria») è quella per cui si accetta la linea dell’Ue ma con riserve ma non nel senso di critiche all’impianto a-democratico della struttura sovranazionale così com’è, ma in quanto servirebbe una maggiore integrazione dei paesi membri dell’Unione affinché si consolidi la cosiddetta europa politica. Il fatto che sia stata creata prima l’Europa del capitale, l’Europa finanziaria, di quella politica, non rappresenta un errore o una scelta affrettata, quanto proprio una scala di priorità di chi ha fatto in modo che si procedesse in tal senso. Criticare l’Ue significa, almeno per chi scrive, essere coerentemente antieuropeista nella misura in cui essere europeisti significhi e si traduca con giustificare e appoggiare tutte le politiche che sono state realizzate fino ad ora, anche nei confronti di chi – velatamente – critica tale impianto perché there is no alternative (Tina). Anche perché, citando sempre il libro di Domenico Moro, integrazione europea si tradurrebbe in «riogranizzazione del processo generale di accumulazione capitalistica a livello continentale»:

«[…]Il combinato disposto di crisi, globalizzazione e integrazione europea, oltre a bruciare milioni di posti di lavoro, ha eliminato migliaia di imprese e di unità produttive. L’euro, infatti, ha favorito la centralizzazione dei capitali europei, mediante funzioni e acquisizioni tra imprese, in modo che queste potessero raggiungere dimensioni pari a quelle dei grandi gruppi statunitensi e asiatici. Ma non basta: il prossimo passo dell’integrazione europea è la creazione del mercato unico dei capitali, la cui premessa è l’unione bancaria. La riforma bancaria europea ha provocato il fallimento di molte banche, scaricandone i costi, mediante l’introduzione del bail in, sui risparmiatori che vi avevano investito, e favorito la centralizzazione anche a livello bancario. Lo scopo è, da una parte, realizzare un mercato di capitali adeguato alle necessità espansive e di acquisizione dei grandi gruppi, e, dall’altra, favorire la quotazione in borsa e l’aumento dimensionale delle imprese, in sintesi attuare la riorganizzazione del processo generale di accumulazione capitalistica a livello continentale». (Domenico Moro, La gabbia dell’Euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, p.25, 2018, Imprimatur).

È la domanda iniziale ad essere sbagliata 

La domanda posta, in ultima analisi, fra la necessità di una maggiore richiesta di Europa o una risposta nazionalista/sovranista, è sostanzialmente sbagliata. Porre in questi termini la questione significherebbe lasciarsi attraversare dalla retorica dei grandi gruppi editoriali, al soldo del capitale transnazionale, e della propaganda pro-Ue. Il solo fatto che ci possa essere, da sinistra o ancora più precisamente da marxista una critica netta al liberismo, all’euro e all’Unione europea così come si presenta ai nostri occhi, fa sì che la reazione sia scomposta e si inneschino dei discorsi di rosso-brunismo che, oltre alla loro risibilità, lasciano davvero il tempo che trovano. Alla grande stampa interessa che vi siano solo due posizioni che emergano nell’agone politico nazionale: da una parte quella pro-Ue (Partito democratico, Radicali, +Europa etc), dall’altra la retorica anti-Ue da destra (Lega, Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle) i quali vorrebbero, comunque, un ritorno al sovranismo solo per favorire momentaneamente una piccola porzione di capitalismo nazionale che, nel frattempo, ha delocalizzato lasciando disoccupati migliaia di lavoratori “in patria”.

«Sei anti-Ue? Allora, voti Salvini»

Una delle [tante] altre risposte a tutto questo è la più geniale (diciamo così) di tutte, quella che sta facendo riemergere la questione antifascista agli (orrori) delle cronache politiche quotidiane: essere antieuropeista si tradurrebbe, agli orecchi di chi ascolta o agli occhi di chi legge, immediatamente, in un velato sostegno a formazioni neofasciste. Un sostegno anche inconscio e inconsapevole che prima o poi, riemergerà con tutta la sua forza. L’antifascismo che sta emergendo in questa fase politica rappresenta una formazione di facciata di fronte al giornalismo d’accatto e parimenti uno scalpo da ostentare nei confronti della dilaniata opinione pubblica italiana. Dichiararsi antifascisti perché (ormai l’adagio è passato) in Europa dopo la guerra ci sono stati 70 anni di pace rappresenta, in sé, una bella [e grossa] bugia. Prima di tutto perché la guerra c’è, c’è stata ed è tuttora alle nostre porte: Jugoslavia e Ucraina, tanto per citarne solo due, non sono territori remoti. Senza contare di tutte le missioni militari che – ad esempio l’Italia – i paesi Nato promuovono: Afghanistan, Iraq, Libano, Niger e la lista è molto lunga. In secondo luogo perché l’antifascismo è, di per sé, un’azione politica (oserei dire un programma politico, dato che ha prodotto la Costituzione della Repubblica Italiana, prima che essa venisse modificata nel corso del Governo Monti) che prescinde dall’appoggiare sovrastrutture che nessuno ha eletto ma che, attraverso un auto-mandato, governano su quel che rimane degli stati nazionali: antifascismo è, necessariamente, anticapitalismo. Tertium non datur. Ecco, però, emergere un antifascismo in seno alle classi dominanti le quali, non riuscendo più a contenere gli istinti bestiali del liberismo, a seguito della globalizzazione post dissoluzione sovietica, fanno appello alle classi popolari e subalterne per poter creare una sorta di “fronte comune” contro la paura, la xenofobia, il razzismo, il fascismo. La socialdemocrazia europea, infatti, sta recitando questo copione da svariati anni e il sipario sta per calare su di essa. Il deputato umanista cileno Tomas Hirsch, a riguardo, ha dato una spiegazione magistrale del perché la socialdemocrazia è in crisi, tanto in America latina (in particolar modo nel suo paese), quanto in Europa:

«La socialdemocrazia sta scomparendo in Europa e sta scomparendo in America Latina per una ragione molto semplice: tra una brutta copia e l’originale, la gente ha preferito l’originale. […] Non è possibile cercare di “migliorare” il modello [neoliberista ndt], “umanizzarlo”, “ritoccarlo”: o sei per questo modello individualista, o sei per un cambiamento strutturale profondo della società che garantisca diritti alle persone. La socialdemocrazia non è né per uno, né per l’altro». 

E non è vero che non c’è alternativa. Solo, non se ne parla, si annichilisce, si osteggia aprioristicamente con il Tina, non ci viene mostrata, un po’ come per il Mito della caverna di Platone.