L’uomo di oggi – l’uomo occidentale - si presenta ricco di strumenti ma povero di fini e di valori. Le conseguenze di ciò sono evidenti:
- il progresso scientifico viene misurato in termini di prestazioni di macchine, prescindendo dalla valutazione dei bisogni individuali e collettivi coinvolti;
- la produzione tende a essere finalizzata a se stessa nella ripetizione di modelli meramente quantitativi. Da un lato mai come oggi l’umanità ha potuto disporre di risorse materiali e di un potenziale tecnologico tanto cospicui, dall’altro la gestione incoerente di questo enorme patrimonio di ricchezza può procurare una mole di costi e di sofferenze, per il vivere individuale e collettivo, superiore ai benefici immediati apparenti;
- la finanza guida i processi di globalizzazione. Il volume degli scambi finanziari è molto superiore al volume degli scambi reali. Attraverso fusioni e acquisizioni si esprime, in molti casi, il gioco pericoloso della moltiplicazione di una ricchezza che non cresce. Ciò genera ulteriori squilibri;
- persiste e si allarga, di conseguenza, il divario tra il nord (saturo e anziano) e il sud del mondo in cui si concentra ormai la maggioranza dei giovani;
- in Italia e in altri paesi industrializzati, il rientro dell’inflazione e l’aumento dei livelli di produttività sono avvenuti a scapito dell’occupazione e della solidarietà sociale. La politica economica finisce per esaurirsi nel controllo della congiuntura e nel governo delle grandezze monetarie e di bilancio. I “numeri" prendono il posto degli uomini, specie dei più deboli e quindi più bisognosi di “stato sociale”.
Ma contrariamente alle tesi del sistema dominante sull’inevitabilità della globalizzazione, sull’irreversibilità dei processi di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione in atto, è evidente che esiste la possibilità non solo di pensare sviluppi e finalità diverse, ma anche di riuscire a metterli in atto, dando vita nei prossimi anni a una società organizzata e governata su principi, meccanismi, istituzioni e poteri differenti da quelli predicati sino ad oggi, che vanno in una direzione in cui l’economia deve ritornare a essere una forma di amministrare le risorse materiali al servizio dell’essere umano, che rimane il nostro valore centrale. Quindi nell’ottica di una riforma umanista del sistema economico proponiamo:
- una legge che preveda la partecipazione diretta al capitale e alle decisioni dell’impresa da parte dei lavoratori, affinché possano collocarsi sullo stesso piano dell’imprenditore attraverso una compartecipazione nella gestione aziendale;
- la riforma del sistema fiscale in base al criterio dell’effettiva capacità contributiva (chi ha di più deve pagare di più e chi ha appena il reddito per sopravvivere non deve pagare nulla) e della corretta allocazione degli investimenti produttivi;
- la creazione della banca municipale senza interessi (per poter combattere l’usura);
- la tassazione delle speculazioni internazionali mediante:
a) l’imposizione di una tassa sulle transazioni finanziarie mondiali,
Il 4 maggio del 1969 a Punta de Vacas, in un luogo impervio e lontano da ogni centro abitato, al confine fra Argentina e Cile, venne pronunciato il discorso che riportiamo integralmente, denominato La guarigione della sofferenza. Mario Rodríguez Cobos, Silo, pronunciò quel discorso. Quelle parole furono d'ispirazione per la nascita del Movimento Umanista nel Mondo.
«Se
sei venuto ad ascoltare un uomo che si suppone trasmetta la saggezza,
hai sbagliato strada, perché la saggezza non si trasmette né
attraverso i libri né attraverso i discorsi; la vera saggezza sta
nel fondo della tua coscienza, così come l’amore vero sta nel
fondo del tuo cuore.
Se
sei venuto spinto dai calunniatori e dagli ipocriti ad ascoltare
quest’uomo con il fine di usare ciò che ascolti come argomento
contro di lui, hai sbagliato strada, perché quest’uomo non è qui
per chiederti niente né per usarti, perché non ha bisogno di te.
Ascolti
un pover’uomo che non conosce le leggi che reggono l’Universo,
che non conosce le leggi della Storia, che ignora le relazioni che
legano i popoli. Quest’uomo si dirige alla tua coscienza lontano
dalle città e dalle loro malsane ambizioni. Là, nelle città, dove
ogni giorno è un affanno troncato dalla morte, dove all’amore
succede l’odio, dove al perdono segue la vendetta, là, nelle città
degli uomini ricchi e poveri, là, negli immensi campi degli uomini,
si è posato un manto di sofferenza e di tristezza.
Soffri
quando il dolore morde il tuo corpo. Soffri quando la fame si
impadronisce del tuo corpo. Ma non soffri solo per il dolore
immediato o per la fame che il tuo corpo sente; soffri anche per le
conseguenze delle malattie che colpiscono il tuo corpo.
Silo nel 2004 a Punta de Vacas.
Devi
comprendere che la sofferenza è di due tipi; c’è una sofferenza
che sorge in te a causa della malattia (e che può retrocedere grazie
al progresso della scienza, così come la fame può retrocedere
grazie, invece, al trionfo della giustizia). E c’è un’altra
sofferenza che non dipende dalla malattia del corpo ma che da essa
deriva: se sei paralizzato, se non puoi vedere, se non puoi udire,
soffri; tuttavia, anche se deriva dal tuo corpo, questa sofferenza è
della tua mente.
C’è
dunque un tipo di sofferenza che non può retrocedere di fronte al
progresso della scienza né di fronte al progresso della giustizia.
Questo tipo di sofferenza, che è strettamente legato alla tua mente,
retrocede di fronte alla fede, di fronte alla gioia di vivere, di
fronte all’amore. Devi sapere che questo tipo di sofferenza è
sempre basato sulla violenza che si trova nella tua coscienza. Soffri
perché temi di perdere ciò che hai, soffri per ciò che hai perduto
o per ciò che disperi di poter raggiungere. Soffri perché non hai,
o perché hai paura... Ecco i grandi nemici dell’uomo: la paura
delle malattie, la paura della povertà, la paura della morte, la
paura della solitudine. Queste sono tutte sofferenze proprie della
tua mente; tutte denunciano la violenza interna, la violenza che
esiste nella tua mente. Considera che questa violenza deriva sempre
dal desiderio. Quanto più violento è un uomo, tanto più grossolani
sono i suoi desideri.
Vorrei
raccontarti una storia accaduta molto tempo fa.
C’era
un viaggiatore che doveva fare un lungo cammino. Così attaccò il
suo cavallo al carro ed iniziò il viaggio; aveva un limite fisso di
tempo per giungere alla sua lontana destinazione. Chiamò l’animale
“Necessità” ed il carro “Desiderio”; chiamò una ruota
“Piacere” e l’altra “Dolore”. Il viaggiatore conduceva il
suo carro ora a destra ora a sinistra, ma non perdeva mai di vista la
sua meta. Quanto più velocemente procedeva il carro, tanto più
rapidamente si muovevano le ruote del piacere e del dolore, che erano
unite dallo stesso asse e trasportavano il carro del Desiderio.
Poiché il cammino era molto lungo il nostro viaggiatore si annoiava:
decise allora di decorare il carro adornandolo di ogni cosa bella, e
così fece. Ma il carro del Desiderio quanto più fu coperto di
ornamenti tanto più divenne pesante per la Necessità che lo
trainava. Ed infatti nelle curve e sugli erti pendii il povero
animale si accasciava, non potendo trascinare il carro del Desiderio.
E sulle strade sabbiose le ruote del Piacere e della Sofferenza
affondavano. Un giorno il viaggiatore disperò di arrivare a
destinazione perché il cammino era ancora molto lungo e la meta
ancora molto lontana. Allora, quando scese la notte, decise di
meditare; e mentre meditava udì il nitrito del suo cavallo. Comprese
il messaggio che questo gli inviava e così, la mattina seguente,
liberò il carro di tutti gli ornamenti, lo alleggerì di tutti i
pesi, e quella stessa mattina, molto presto, cominciò a trottare con
il suo animale, avanzando verso la sua destinazione. Ma il tempo che
aveva perduto era ormai irrecuperabile. La notte seguente tornò a
meditare e un nuovo avvertimento del suo amico gli fece comprendere
che ora doveva affrontare un nuovo compito; e questo compito era
doppiamente difficile perché significava il suo distacco, la perdita
del suo attaccamento. Di buon mattino sacrificò il carro del
Desiderio. E’ certo che così facendo perse la ruota del Piacere;
però, con essa, perse anche la ruota della Sofferenza. Montò in
groppa all’animale della Necessità e cominciò a galoppare per le
verdi praterie fino ad arrivare alla sua destinazione.
Considera
come il desiderio ti può limitare. Ci sono desideri di differente
qualità. Ci sono desideri grossolani e ci sono desideri elevati.
Eleva il desiderio! Supera il desiderio! Purifica il desiderio! Così
facendo dovrai sicuramente sacrificare la ruota del piacere ma con
essa perderai anche la ruota della sofferenza.
La
violenza nell’uomo, mossa dai desideri, non rimane racchiusa nella
sua coscienza, come una malattia, ma agisce anche nel mondo degli
altri uomini, si esercita sul resto degli esseri umani. Non credere
che quando parlo di violenza io mi riferisca solo alla guerra ed alle
armi con cui gli uomini distruggono gli uomini: questa è una forma
di violenza fisica. C’è una violenza economica. La violenza
economica è quella che ti fa sfruttare l’altro; eserciti violenza
economica quando derubi l’altro, quando non sei più il fratello
dell’altro ma un animale rapace nei confronti del tuo fratello. C’è
anche una violenza razziale. Credi di non esercitare violenza quando
perseguiti un altro perché è di razza differente dalla tua? Credi
di non esercitare violenza quando lo diffami perché è di razza
differente dalla tua? C’è una violenza religiosa. Credi di non
esercitare violenza quando non dai lavoro a qualcuno, o gli chiudi la
porta in faccia, o lo allontani da te perché non è della tua
religione? Credi di non essere violento quando rinchiudi tra le
sbarre della diffamazione chi non professa i tuoi princìpi? Quando
lo costringi a rinchiudersi nella sua famiglia? Quando lo costringi a
rinchiudersi tra i suoi cari perché non professa la tua religione?
Ci sono poi altre forme di violenza, quelle imposte dalla morale
filistea.
Tu
vuoi imporre il tuo modo di vivere ad altri, tu devi imporre la tua
vocazione ad altri... Ma chi ti ha detto che sei un esempio da
seguire? Ma chi ti ha detto che puoi imporre ad altri un modo di
vivere solo perché è quello che piace a te? Da dove viene lo
stampo, da dove viene il modello perché tu voglia imporlo?...
Questa è un’altra forma di violenza. Puoi porre fine alla
violenza, in te e negli altri e nel mondo che ti circonda, unicamente
con la fede interiore e la meditazione interiore. Le false soluzioni
non possono porre termine alla violenza. Questo mondo sta per
esplodere e non c’è modo di porre termine alla violenza! Non
cercare false vie d’uscita! Non c’è politica che possa risolvere
questa folle ansia di violenza. Nel pianeta non c’è partito né
movimento che possa porre termine alla violenza. Con false soluzioni
non è possibile estirpare la violenza che è nel mondo... Mi dicono
che i giovani, alle più diverse latitudini, cercano false vie
d’uscita per liberarsi della violenza e della sofferenza interiore
e si rivolgono alla droga come ad una soluzione. Non cercare false
vie d’uscita per porre termine alla violenza.
Fratello
mio: segui regole semplici, come sono semplici queste pietre, questa
neve e questo sole che ci benedice. Porta la pace in te e portala
agli altri. Fratello mio, là nella storia c’è l’essere umano
che mostra il volto della sofferenza: guarda quel volto pieno di
sofferenza... ma ricorda che è necessario andare avanti, che è
necessario imparare a ridere e che è necessario imparare ad amare.
A
te, fratello mio, lancio questa speranza; questa speranza di gioia,
questa speranza di amore affinché tu elevi il tuo cuore ed elevi il
tuo spirito, ed affinché non dimentichi di elevare il tuo corpo.»
Sabato 17 febbraio saremo alla manifestazione nazionale che partirà alle 14:00 da Piazza della Repubblica.
Afrin è una piccola cittadina che si trova nella Siria settentrionale nella zona del Rojava, regione divenuta famosa per essere il contenitore amministrativo e geografico di cui fa parte Kobane, la città che più è balzata agli onori delle cronache (anche occidentali) nel corso degli anni in cui è stata tenuta d'assedio dalle milizie di Daesh. Afrin è attualmente circondata di nemici e i soli a difenderli sono i kurdi delle YPG/YPJ. Come Partito Umanista di Roma ci saremo e aderiamo alla manifestazione per chiedere la pace nella regione e la libertà per Öcalan, detenuto ormai da troppo tempo nel carcere di Imralı.
Il titolo è ovviamente provocatorio e chi scrive non vuole procedere con lo scandagliare i temi che possono essere considerati come configgenti o “divisivi” nell’ambito della dialettica e del confronto politico. «Senza sinistra» è una provocazione che rientra nell’affermazione «alle politiche non ci sarà una lista di sinistra», che pure in realtà c’è.
Procediamo per gradi.
Dire «senza sinistra» è affermare come, ancora una volta, in una precisa area politica, si sia guardato alla circostanzialità del momento elettorale senza delineare una proposta di lungo periodo: così facendo le forze vengono sempre meno anziché confluire all’interno di un progetto comune, vengono messe a servizio di un obiettivo molto difficile e a cui molto probabilmente non farà seguito un risultato.
Per dirla con le parole di Olivier Turquet, coordinatore italiano di «Pressenza», in un editoriale dedicato alle elezioni del 2014: «A queste elezioni non si presenta una sigla che sogno da tempo: la Sinistra Umanista Nonviolenta; la sigla suona bene SUN che fa pensare al sole in inglese. Perché non servono molte parole (recita il Documento Umanista) per definire le destre come strumenti dell’antiumanesimo; per cui possiamo essere critici con quel che ha fatto la sinistra storica ma siamo comunque di sinistra e ci interroghiamo sugli errori storici della sinistra che sono, a mio avviso, sostanzialmente due: non essere stata chiaramente umanista e nonviolenta. La preoccupazione per l’Essere Umano rispetto alle infinite dittature della razza, della nazionalità, del genere, della preferenza sessuale, della condizione economica, del suo pensiero ecc e la metodologia di cambiamento basata sulla nonviolenza attiva sono i due elementi centrali che hanno messo in crisi l’azione politica della sinistra e che vediamo ancora ben presenti, per esempio, nei settarismi che ne hanno portato alla polverizzazione».
Sforzarsi di trovare punti di convergenza fra associazioni, partiti e reti sociali non è facile, è un lavoro (e un lavorìo) che va fatto attentamente e senza infingimenti di sorta, né tantomeno con interessi personali o di parte che possano minare il progetto stesso.
L’esempio del Cile e del Fronte Ampio (Frente Amplio) è un esempio a cui tendere ma anche a cui lavorare nel corso degli anni: l’imminenza elettorale appiattisce e distoglie, storce e ottunde il dibattito e l’incontro delle culture che vogliono convergere per un comune fine.
I punti che legano il Partito Umanista a Potere al Popolo, almeno per quel che riguarda il breve periodo, sono anche più d’uno e possono superare in gran numero le divergenze, tuttavia è sulla strategia del lungo periodo che le differenze si acuiscono e le questioni non sono proprio secondarie: una per tutte è la posizione riguardo l’UE (e i temi che essa porta con sé).
UE sì/UE no
Il problema va affrontato seriamente e non rappresenta una questione inutile o di second’ordine: è ilproblema dei problemi, dibattito che si dovrebbe accendere e sintesi che si dovrebbe trarre. All’interno di Potere al Popolo (abbreviata maledettamente PaP, PotPop e via dicendo) la questione UE non è trattata con l’attenzione che merita, anzi. Recentemente si incontreranno al Parlamento Europeo la Candidata Presidente del Consiglio dei Ministri di Potere al Popolo e l’europarlamentare di Rifondazione, Eleonora Forenza, col fine di presentare il progetto elettorale al GUE (gruppo parlamentare della sinistra radicale). Uno dei temi forti dell’iniziativa è il riferimento alle esperienze della France Insoumise e Izquierda Unida/Podemos, con riferimento al progetto della Sinistra Europea.
La confusione è evidente e mettere insieme progetti chiaramente “euro-critici” come la France Insoumise assieme alla Sinistra Europea e al GUE, chiaramente pro-UE e convinti della sua riformabilità dall’interno, è sbagliare ideologicamente.
In una fase come quella attuale, in cui si fa di tutto per bollare come “ideologico” qualsiasi dibattito e affibbiare un carattere negativo a questo termine, è bene riprendere e valorizzare il termine ideologia: altro non è che la propria visione del mondo e tutto quel che ne consegue.
In una recente intervista rilasciata all’agenzia internazionale «Pressenza», il segretario nazionale Tony Manigrasso ha dichiarato come il PU sia «contro questa Unione Europea a base neoliberista e crediamo che nella gabbia in cui ci ritroviamo sia praticamente impossibile, per via dei vincoli attuali, cambiare l’Unione Europea dall’interno; se davvero il M5S proponesse un referendum impositivo sull’ItalExit, cosa che tra l’altro dubito che lo faccia veramente, non possiamo che essere favorevoli a votare per il SI all’ItalExit».
Contrapporre «l’Europa dei popoli», ideale e utopica nella fase attuale, all’Europa del Capitale finanziario è una necessità sempre più impellente da analizzare e da comprendere a 360°: dirsi a favore dell’Europa dei popoli significa porsi contro i trattati, la dittatura del Capitale, la presenza e l’ingerenza della NATO, l’autodeterminazione dei popoli che sia reale (e non fittizia e strumentale per pagare qualche tassa in meno come accade in Lombardia o in Veneto).
È chiaro, dunque, che l’ambiguità sull’UE non può essere accantonata perché “ci sono affari più importanti da sbrigare”, come la presentazione della lista.
Il “lungo periodo” è l’unico elemento che possa coadiuvare la formazione di una vera organicità, di una vera concentrazione a sinistra - che sia anticapitalista e non semplicemente antiliberista - che possa porsi l’obiettivo di una unione, pur nelle divergenze dei diversi attori che la andranno a comporre, con un unico obiettivo: essere forza reale. Una forza reale che sappia con certezza di essere minoranza ma non minoritaria: trattare i temi dell’anticapitalismo, della critica all’UE (senza agitare scalpi o slogan vuoti), del pacifismo e dell’antimperialismo portano con sé la consapevolezza d’essere minoranza all’interno del panorama politico italiano.
Il minoritarismo, infatti, è altra cosa: è la presa d’atto di voler parlare ad una piccola cerchia di persone, o anche settarismo come scriveva quattro anni fa Olivier Turquet. La minoranza, attraverso un lavoro (torniamo al precedente punto, evidentemente) duraturo nel corso degli anni, può mutare il suo essere: diventare “maggioranza” o, nel “peggiore dei casi”, ingrossare le sue fila e creare massa critica, coscienza civica e formare uomini e donne, ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini in persone che avranno acquisito gli elementi necessari per la sopravvivenza in un sistema antiumano come quello in cui viviamo.
Il compito del PU
Prendere coscienza della minoranza e non del minoritarismo è un passo necessario per il PU in Italia, tuttavia questo non significa mero “settarismo” a cui si deve rispondere con maggiore chiusura. Molti movimenti, rappresentati in Italia da sezioni organizzate in partiti e associazioni, si trovano di fronte allo stesso dilemma del PU: dare indicazione di voto, o non dare indicazione di voto; appoggiare o no questa o quella lista che si sta presentando alle elezioni politiche del 4 marzo?
Il compito del PU, in questa fase di transizione, è cercare di essere il trait d’union fra le associazioni, le reti sociali e i partiti che non ce la faranno ad essere presenti né sulla scheda elettorale nazionale, né su quella per le elezioni Regionali.
Un’unione di minoranze? No, piuttosto un dialogo fra pari: fra Partito Pirata, i “delusi del Brancaccio”, ATTAC Italia, Sbilanciamoci e tutta una pletora di elettori che non avrà più rappresentanza il giorno dopo aver votato e il giorno prima in cui s’è deciso per l’appoggio ad una lista come ultima spiaggia. Il PU può “essere partito” contro un “avere partito” generico e inconsistente: essere partito significa assumersi il compito di essere il collante necessario, come detto prima, e iniziare un percorso adesso per le prossime elezioni: non quelle del 4 marzo, ma per le prossime amministrative e le prossime elezioni nazionali. Porre la questione del 99% contro l’1%: passata di moda per qualche media nazionale ma non per gli umanisti, gli anticapitalisti, i pacifisti, per la sinistra e iniziare un percorso di condivisione e collaborazione arrivando - perché no? - alla formazione di un “governo ombra sociale”.
È uno gnommero di concause, come diceva Gadda: un gomitolo intricato fino all’inverosimile, ma necessario da sbrogliare.
Cercare di risolvere l’emergenza abitativa di Roma con delle strutture prefabbricate che andrebbero dislocate in zone periferiche della città è più che una scelta scellerata: è ignobile. La motivazione, anch’essa, è inconcepibile. La città di Roma possiede più di 250.000 alloggi sfitti i quali non sono di proprietà di privati, del vicino di pianerottolo che si è comprato la seconda casa per i figli o per un investimento proprio: si tratta di alloggi della grande proprietà, dei palazzinari.
Costruttori, immobiliaristi (palazzinari, per l’appunto) che mantengono le case sfitte per giocare ad alzare e abbassare i valori del mercato immobiliare, determinando il prezzo degli affitti o della vendita di questa o quella zona di Roma.
Ebbene la Raggi si pone in continuità con le politiche degli ultimi 30 anni, rincarando la dose, proponendo dei fabbricati come soluzione “temporanea”.
La situazione avrebbe del grottesco se non fosse reale, come purtroppo è. Ma tant’è: l’ultima politica abitativa riguardo alloggi di edilizia popolare della città di Roma risale a Petroselli.
Di tempo ne è ben passato, e gli effetti li vediamo ogni giorno.
Il PU denuncia la situazione proponendo di censire quelle case sfitte e di requisirle ai grandi gruppi che speculano su di esse: troppo è stato dato ai palazzinari, niente alle persone.
Ancora
una volta non ce l’hanno fatta. La maggioranza dei consiglieri della regione
Lazio non ce l’ha fatta a rinunciare ai vitalizi così come sono previsti, cioè a
un assegno a vita al compimento dei 50 anni di età.
Non
è bastato lo scandalo che ha coinvolto la giunta precedente e che ha costretto
alle dimissioni Renata Polverini.
Non
basta nemmeno la consapevolezza del fatto che ormai in Italia si contano 6
milioni di poveri, con un aumento del loro numero del 25% nel giro di un solo
anno.
Che
cosa deve succedere ancora per convincere politici ed ex-politici che certi
privilegi non sono più giustificati? Probabilmente sono talmente dipendenti dal
tenore di vita che sono riusciti a conquistare approdando al mondo della
politica che ormai solo un serio programma di disintossicazione potrebbe
riportare queste persone a quel minimo livello di lucidità che permetterebbe
loro di rendersi finalmente conto della realtà che li circonda.
Solo
per la regione Lazio si contano ben 267 ex-consiglieri che riceverebbero,
raggiunta la “ragguardevole” età di 50 anni, una pensione talmente pesante da
costare alle casse della regione, e quindi di tutti i cittadini laziali, ben 20
milioni di euro all’anno. In media quasi 75mila euro all’anno per ogni
ex-consigliere, più di 6mila euro al mese, mentre milioni di “veri” pensionati devono
aspettare, dopo una vita di lavoro, un’età ben maggiore per ricevere pensioni a
dir poco ridicole.
Se
solo si pensa che a fronte di tanti “comuni cittadini” che devono lavorare
quarant’anni e più per andare in pensione ci sono alcune centinaia di
privilegiati a cui basta aver scaldato un seggio al consiglio regionale per
ricevere pensioni che al confronto possiamo ben definire “d’oro”, l’indignazione
è inevitabile.
La
proposta a questo punto può essere solo una: non possono più decidere gli
stessi consiglieri sul loro trattamento economico. Non sono in grado di
prendere le giuste distanze dai propri interessi a favore del bene comune, così
come dovrebbe essere normale per chi si occupa di politica.
A
questo punto solo i cittadini, direttamente, hanno il diritto di decidere sui
compensi e sugli eventuali vitalizi che dovrebbero ricevere coloro che gli
stessi cittadini hanno eletto a loro rappresentanti. Da questo punto di vista
tutti gli elettori sono, per coloro che dovrebbero rappresentarli, i legittimi datori
di lavoro.
Oltre
a guadagnarne le casse delle pubbliche istituzioni, ne guadagnerebbe anche la
nostra democrazia. Perché non c’è democrazia se non c’è giustizia sociale e non
c’è giustizia sociale se non c’è una reale democrazia.